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Wonderful Things

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 16 lug 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Miti, favole, tragedie, commedie, persino fumetti e barzellette, sono pieni di errori e ribaltamenti riguardo all’identità: esseri che si trasformano in altri esseri o si rivelano essere altro; incantesimi che trasformano un uomo in un animale, un animale in un uomo, un uomo in una donna, una rana in un principe, un povero in un ricco e via dicendo.


Questo vale anche per noi: esiste ciò che crediamo di essere, e poi esiste quel che siamo, ma non sappiamo di essere.


Ciò che crediamo di essere viene chiamato nella quarta via Ritratto immaginario. È una bugia, tenuta in piedi allo scopo di assolvere la nostra macchina, per due motivi:


- Crediamo di essere la macchina

- Poiché crediamo che quella sia la nostra vera identità, abbiamo bisogno di vedere non la macchina com’è, con le sue atroci contraddizioni, ma in modo assolutorio; creiamo quindi una gabbia protettiva, uno steccato impenetrabile fatto di bugie, rivolte a noi stessi, i respingenti.


Chi comincia a vedere al di là degli inganni del Ritratto immaginario, comincia a desiderare di migliorare. Ovviamente, dato che crede di essere la macchina, è la macchina che prova a migliorare la macchina.


Se la persona è fortunata, comincia a bucare il muro della personalità e arriva a trovare l’essenza. Questo cambiamento è molto forte, e segna la differenza tra essere sottoposti alla legge dell’accidente e quella del Fato. Un essere umano in essenza incontra il proprio Fato. Smette di girare in tondo e comincia a realizzare alcuni compiti per cui è nato. (Il che non significa che cominci ad essere più felice, come la trama di qualsiasi tragedia greca o Shakespeariana può mostrare: incontrare il proprio fato può significare l’abbraccio di estreme durezze).


Come abbiamo spiegato più volte (anche se questa idea incontra molta resistenza, forse a causa dell’uso diverso di certe parole in diversi contesti), una volta che qualcuno è in essenza, ancora non ha trovato se stesso: si viene a trovare semplicemente in un’altra parte della macchina, un po’ più autentica - diciamo: dalla carrozzeria al motore.

Quello che realmente siamo rimane ancora invisibile e perlopiù inascoltato. (A volte ascoltato, ma senza che si riconosca che è da lui che proviene quella voce).


Quando parliamo, dall’altoparlante fornito dalle nostre corde vocali parlano diversi personaggi:

- Uno dei molti io, dal valore prossimo a zero, se siamo in falsa personalità; di zero virgola uno, se siamo in personalità; di zero virgola cinque, se siamo in essenza.

- Il Maggiordomo o il tentativo di formare un Maggiordomo. Qui il valore è in una scommessa. Si tratta di una sorta di biglietto della lotteria - riuscirò a perseverare, nel qual caso questo “io” è di grande valore, oppure perderò tutto?

- I Centri Superiori. Quello, e soltanto quello, sono io.


Noi possiamo “sentire”, quando qualcuno parla, quale di questi personaggi sta in realtà parlando. La stessa identica frase, se pronunciata da uno dei molti io, è interamente priva di autorevolezza, mentre è sacra se pronunciata dai Centri Superiori. Eppure, nemmeno una virgola è stata spostata tra le due frasi. (Qui sta uno dei molti limiti del parlare di Presenza da una pagina su Facebook).


Come abbiamo gia detto, se il mio senso di identità si trova ora nei Centri Superiori, ciò che la macchina fa, pensa o sente non ha nemmeno più importanza. Il lavoro sul Maggiordomo è un lavoro di supporto e di rimozione di ostacoli, ma può essere persino ignorato se ci troviamo già “a casa.”


Questa realizzazione è straniante per chi, per anni, ha lavorato sul maggiordomo, sull’avvicinare la macchina allo stato di Presenza. Una volta nei Centri Superiori, da quella posizione può vedere che sia i molti io che gli io del maggiordomo appartengono a un livello di esistenza che non può definirsi reale. Esattamente come uno che si sveglia da un sogno non perde tempo a giudicare le cose sciocche e le cose sagge che ha fatto durante il sogno.


In una persona che si trova ad essere cosciente, la macchina esiste come organo di senso dei Centri Superiori. William Blake: “Io vedo attraverso i miei occhi, non con i miei occhi.”

Il mio maestro, che ci invita ad abbeverarci agli idrogeni superiori forniti dall’arte, ci racconta spesso di quando fu rinvenuta la magnifica tomba di Tutankhamun, così ricca di manufatti preziosi. Non Tutankhamun stesso, ci ha detto, ma qualcuno delgi artigiani che li hanno forgiati, era probabilmente conscio.


Famosa la storia del committente di quegli scavi archeologici, Lord Carnavon, che stava un paio di metri dietro all’archeologo Carter, che in quel momento era riuscito ad aprire un buco e, con una torcia, gettava una prima occhiata alla tomba colma di tesori.


“Cosa vede”? Chiese Lord Carnavon, pieno di aspettativa.


“Wonderful Things”, si dice rispondesse Carter. “Cose meravigliose.”


Stamattina mi è venuto in mente che è proprio così che funziona un essere conscio. I Centri Superiori domandano in continuazione alla macchina: “Cosa vedi?” E questa, poiché impegnata in un atto d’amore verso il Sé che trasforma e nobilita tutto, non può che rispondere, sempre, davanti a qualsiasi cosa: “Cose meravigliose.”


Lasciatemi citare per l’ennesima volta il mio amato Rilke:


Loda all’Angelo il mondo, non quello indicibile, con lui

non puoi sfoggiare splendore di sentimento; nell’Universo

dove egli sente più sensibilmente, tu sei novizio. E allora

mostragli

quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in

figlio

vive, cosa nostra, alla mano e sotto gli occhi nostri.

Digli le cose. Resterà più stupito; stupito come

rimanesti tu

dinanzi al cordaio a Roma o al vasaio sulle rive del Nilo.

Mostragli quanto una cosa può essere felice, quanto

innocente e nostra,

e come financo il dolore che piange, puro, s’induce a

forma

serve da cosa o muore in farsi cosa. – E beato,

al di là sfugge al violino. E queste cose che vivon di

morire,

lo sanno che tu le celebri; passano

ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più

di tutto.

Vogliono essere trasmutate, entro il nostro invisibile

cuore

in – oh Infinito – in noi! Qualsia quel che siamo alla

fine.

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